Sentieri dei Sapori

Uomini e pascoli

“ANDAR ALL’ALP VENIVA FORA LA MICHETTA”:
LA NECESSITÀ DI SFRUTTARE PASCOLI A QUOTE ELEVATE HA DA SEMPRE RESO VIVIBILE L’ASPRO TERRITORIO ALPINO

TESTO E FOTO DI SARA MONTOLI

All’estremo Nord del Piemonte, al confine con la Svizzera, la vai d’Ossola ospita i comuni di Macugnaga e Formazza. Macugnaga si trova ai piedi della seconda montagna più alta d’Europa, il Monte Rosa; Formazza è invece adagiata in un’ampia valle che presenta alla sua testata l’imponente cascata del Toce.

Due paesi che hanno in comune l’origine Walser, il popolo che dal Vallese, a partire dal XIII secolo, colonizzò i territori più impervi e inabitati delle Alpi. Una memoria ancora impressa nelle case in legno e nel paesaggio ricco di prati-pascolo. L’ambiente alpino, oggi particolarmente ospitale, è il frutto del lavoro secolare degli uomini che, attraverso l’annuale transumanza dai paesi del fondovalle agli alpeggi, hanno da sempre “caricato” le alte quote con il bestiame. Dai pochi mesi estivi trascorsi in alpeggio dipendeva il destino economico delle famiglie in previsione del rigido inverno. Per questo l’alpeggio ha rappresentato il centro della vita del montanaro, adeguata per necessità, alla verticalità del territorio. La salita dal fondovalle inizia a giugno appena l’erba è pronta per il pascolo e termina a settembre, “tre mesi con mucche capre e pecore” (E.C.).
La transumanza verso l’alpe avviene solitamente tra il 20 di giugno e il 15 di luglio, a seconda dell’altezza dell’alpeggio e della quantità di pascolo a disposizione. “Si andava su tutti assieme, noi avevamo sempre due mucche e una giovenca, ci davano da portare 20 chili di sale o farina, riso da portare su, e i recipienti del latte” (E.C.). Oggi le esigenze sono cambiate, molti alpeggi sono stati abbandonati e in pochi salgono sull’alpe per necessità. Pastori e alpigiani, ora costretti a un faticoso confronto con i cambiamenti sociali ed economici hanno trovato una nuova collocazione.

In apertura in senso orario: cantina per la stagionatura del formaggio ricavata sotto un masso erratico a Macugnaga; il tetto del Bivacco Hinderbalmo con vista sulla maestosa parete Est del Monte Rosa, l’unica parete himalayana delle Alpi; il tradizionale trasporto della legna con la “eaula”; il vestito walser di Macugnaga con il prezioso ricamo in oro; capre di razza camosciata alpina; un vitello di razza Bruna Alpina

Luigi, l’ultimo alpigiano?

Macugnaga ha visto l’abbandono della maggior parte dei propri alpeggi, che rimangono meta per piacevoli escursioni. Luigi è stato l’ultimo alpigiano a Macugnaga con la baita in pietra e legno, la stalla sottostante e il focolare per la lavorazione del latte vicino al giaciglio. Lui saliva all’alpe per passione e tradizione: “morirà tutto, ci saranno solo sterpaglie. Faccio da trenta anni il pastore, sono stato qua e anche in qualche altro alpeggio. Ho fatto il primo formaggio che avevo 13 anni. Adesso ho poche vacche perché sono vecchio, ma prima ne tenevo una trentina. Io qua mi sento giovane e alle volte mi sento “alto”, l’unica fatica è cambiarsi i calzoni se devo scendere a fare qualche cosa. Sono nato in una mangiatoia credo, i miei erano alpigiani. Ho girato anche l’Italia e so come sono le cose fuori. Quando ero in Sardegna a lavorare, la domenica quando si andava sulle alture in gita, sentivo i campanacci e allora chiudevo gli occhi e vedevo le nostre montagne. Vengo qua perché sento che c’è qualcosa di più forte che giù, l’amicizia è diversa sulla montagna! La vita della città è dura, se mi regalassero una casa a Milano non ci andrei, c’è tutto, ma non si può stare.”

Il Bivacco Hinderbalmo restaurato dal CAI di Macugnaga; presso l’abitato di Pestarena a Macugnaga, un tempo sede delle attività estrattive dell’oro. M destra: i pascoli hanno rappresentato un elemento fondamentale per la sopravvivenza degli alpeggi (Ph Cesare Be).

Lo sfruttamento delle miniere aurifere e il conseguente arrivo del turismo di massa hanno allontanato gli alpigiani dal lavoro in alpe. Oggi solo più pochi allevatori, con qualche concessione alla modernità, continuano a crederci e a far sopravvivere la tra-dizione dell’allevamento ma l’alpeggio non è più destinato ad essere una parte rilevante dell’economia della valle.

Bettelmatt, una prospettiva di qualità

Dall’alto in senso orario: ruderi presso l’alpe Hinderbalmo; la pregiata forma di Bettelmatt, Toro di Formazza”; la tradizionale lavorazione del burro in una baita alpigiana addossata alla roccia; il paiolo di rame sul lineo e, in alto, te ricotte ad affumicare, all’alpe Bill di Macugnaga.

Se a Macugnaga la morfologia del territorio ha inciso sul progressivo abbandono della transumanza, la comunità di Formazza ha assistito ad un recupero, non sempre agevole, del lavoro in alpeggio. Dalla voce dei protagonisti di oggi le contraddizioni di un’attività secolare: “gli alpeggi sono andati quasi in disuso ed era difficile trovare gente che ci andasse. Negli anni Settanta circa sembrava si stesse abbandonando l’attività, una crisi culturale più che economica. Era il momento difficile, accettare lo sradicamento della cultura, e la fabbrica aveva soppiantato la tradizione” (R.P.).
Il turismo in questa valle è arrivato tardi, sono stati i lavori per lo sfruttamento dell’energia elettrica che hanno attirato manodopera dagli alpeggi offrendo un impiego meno oneroso. “L’Enel ha portato via lavoro e ha un po’ rovinato l’iniziativa locale. Tutto ha contribuito all’abbandono, si vive molto meglio ora, ‘la vacca ha smesso di far latte’ e noi non abbiamo neanche la luce in alpeggio, usiamo i generatori! La popolazione si è arenata sull’Enel, la grande industria.”(F.B.) Nonostante questo la felice predisposizione dei pascoli oltre i 2000 metri e la varietà di erbe che crescono nei suoi prati, come l'”erba muttelina”, ha permesso la conservazione di una rinomata produzione d’alta quota, quella del formaggio Bettelmatt. Questo formaggio è diventato un rinomato prodotto che arriva oggi nei migliori ristoranti di Milano e solo in negozi selezionati. Una produzione di nicchia, frutto della tradizione walser, che ha riportato in vita un’attività a rischio di estinzione. La maggiore attenzione per gli alimenti tipici e di qualità, sostiene un’attività secolare e anche se “l’alpeggio è un business. Da quando il formaggio è diventato famoso è tutto cambiato, c’è una corsa all’alpe” (R.A.), a Formazza la stagione estiva vede ancora ripetersi il secolare transumare di uomini e bestiame verso le terre alte.

Itinerari

1 ° itinerario
A26 Genova Voltri – Gravellona Toce, uscita Gravellona Toce, segue SS33 Sempione, uscita Piedimulera;
percorrere la valle Anzasca direzione Macugnaga, fino a Pecette, e la seggiovia per Belvedere.
2° itinerario
Dalla SS33 del Sempione, svincolo per valle Antigorio e valle Formazza. La statale prosegue per 34 chilometri fino a Formazza, frazione Riale.

1° itinerario

Al Bivacco Hinderbalmo

Località di partenza
località Belvedere (m 1914)
Località di arrivo
Bivacco Hinderbalmo (m 1950)
Difficoltà
EE prestare attenzione all’orientamento sul ghiacciaio
Dislivello •0200 metri circa
Tempo di percorrenza 3 ore

L’alpe Hinderbalmo, oggi in disuso, offre dal suo bivacco – ristrutturato mantenendo l’architettura originale – una delle più suggestive balconate sull’unica parete himalayana delle Alpi: la parete Est del Monte Rosa. Numerosi sono gli alpeggi abbandonati che si incontrano durante questa escursione, alcuni di piccole dimensioni, altri arrampicati sui pendii, usati come riparo per il bestiame o per la lavorazione del latte. L’itinerario attraversa l’Oasi Faunistica di Macugnaga all’ombra del canalone Mannelli, ambita meta alpinistica. Stambecchi, camosci e marmotte in quest’area sono tutelati dal 1969 e grazie alla reintroduzione di numerosi capi sono facilmente avvistabili. Ormai celebre per lo scampato pericolo rappresentato dal lago Effimero, il ghiacciaio del Belvedere è visibile in tutta la sua grandezza, stretto tra le due morene che lo hanno contenuto per secoli. Descrizione: dalla stazione di arrivo dell’impianto di risalita del Belvedere, il percorso si alza a destra in direzione di una costruzione in legno che in breve raggiunge il ghiacciaio. È necessario attraversarlo sui detriti seguendo le paline e gli ometti e prestando la dovuta attenzione. Il tragitto raggiunge l’altro lato della morena e prosegue per pochi metri in discesa per dirigersi in salita verso i ruderi delle alpi di Filar. Per visitare l’alpeggio bisogna deviare in salita, mentre l’itinerario procede scendendo verso valle tra gli arbusti. Il tracciato raggiunge in salita i detriti formati dalle annuali valanghe invernali e procede nelle vicinanze delle costruzioni di due antichi alpeggi, l’alpe Jazzi e quella di Roffelstaffel. Proseguendo in discesa il percorso attraversa il torrente per poi proseguire su un tratto aereo. Dal cartello indicatore è necessario deviare a sinistra e procedere tra gli imponenti larici. Una lunga diagonale tra piccoli saliscendi raggiunge l’alpe Hinderbalmo e il piccolo bivacco che il CAI di Macugnaga ha ristrutturato recuperando la struttura originale delle vecchie casere.

2° itinerario

Dall’Alpe Moresco al Passo del Gries

Località di partenza Riale (m 1728)
Località di arrivo AlpeBettelmatt(m2112)
Difficoltà E
Tempo di percorrenza 2 ore
Segnaletica segnavia bianco rosso dopo la diga di Morasco

L’alpe Bettelmatt, al confine tra Ossola e Vallese presso le sorgenti del Toce, è l’ultimo grande alpeggio della val Formazza. Il percorso escursionistico proposto ripercorre le fasi storiche degli alpeggi della valle: Riale è il villaggio più a Nord dell’Ossola, con le sue case e la piccola chiesa ricorda la vocazione religiosa che accompagnava la vita e il lavoro dei Walser; la diga di Morasco e il suo lago artificiale sono parte delle costruzioni idroelettriche che hanno inciso sul paesaggio e sulla storia di questa comunità. Infine, l’alpe Bettelmatt vanta il nome del noto formaggio che mantiene in vita gli alpeggi. “Battei” questua e “Matt” pascolo significano insieme “pascolo della questua” nella parlata di origine alemanna dei walser di Formazza: in passato i formaggi migliori prodotti durante il periodo in alpeggio venivano riservati ai poveri. La denominazione d’origine Bettelmatt è esclusiva di soli sette alpeggi dell’area, là dove cresce l’erba muttolina, che conferisce il caratteristico sapore esclusivo di queste produzioni d’alta quota. Descrizione: l’itinerario dalla frazione di Riale, con poco dislivello, raggiunge su comoda strada asfaltata la diga artificiale del lago di Morasco (m 1815). Raggiunta la diga, prima della breve salita, la strada si dirama. L’itinerario proposto prosegue a destra sullo sterrato, oltrepassa la costruzione per i guardiani e costeggiando il lago raggiunge la stazione della teleferica dell’Enel. Dall’impianto a fune, ad utilizzo esclusivo della società elettrica, il sentiero prosegue a destra, oltrepassa il torrente e risale con numerosi tornanti fino all’alpeggio.
L’ampia conca dell’alpe Bettelmatt solcata dal fiume Toce e da piccole costruzioni ad utilizzo dei malgari che producono il celebre formaggio, prosegue fino al passo del Gries dove si trova un semplice riparo. Il passo, situato lungo l’antica mulattiera che univa Milano a Berna, ha facilitato i rapporti tra i Walser di Formazza e la madre patria; inoltre, per la sua facile percorrenza, ha favorito gli scambi commerciali.

notizie utili

NUMERI UTILI
• Iat Macugnaga
Tel. 032.465119

BIBLIOGRAFIA
• Paolo Crosa Lenz, Giulio Frangioni, Macugnaga Monte, Rosa Grossi Editore
• Paolo Crosa Lenz, Giulio Frangioni, Val Formazza, Grossi Edizioni » Kompass Domodossola (scala 1:50.000)
• IGC Monte Rosa, Alagna e Macugnaga 1:50.000